LE ZONE FRANCHE IN EUROPA E IN ITALIA

Dovrebbero essere poco più di un milione le cassette di sicurezza tenute dalle banche italiane (dati 2016). Sarebbero circa 200 miliardi di euro i contanti custoditi nelle cassette di sicurezza attive in Italia (dati 2017). Come funzionano queste cassette? Il cliente paga un canone periodico alla banca e dispone  della cassetta di sicurezza, dove può metterci dentro di tutto: preziosi, denaro, contratti o altri documenti, lingotti d’oro, collezioni di valore (es, francobolli).  La banca non sa nulla del contenuto della cassetta e, se non per ordine del giudice, non ha nessun diritto di aprirla.  Succede che – di tanto in tanto – si riparli di “tassare” il contenuto delle cassette di sicurezza, ma poi non se ne fa nulla come per il poliziotto di quartiere, le palestre nelle scuole pubbliche, la deducibilità degli scontrini fiscali e via andare.  Pura noia compressa.

Interessante, invece, quanto ho  appreso da un conoscente collezionista di opere d’arte su Le Freeport in Lussembrgo, a  circa un’ora di volo da Milano.

 

Premessa

A poca distanza da l’Aéroport de Luxembourg dal 2004 si trova Le Freeport, un  deposito molto sicuro e fuori dall’ordinario. Organizzato come un magazzino blindato e di massima sicurezza, dispone di un aeroporto privato ed  accoglie e custodisce oggetti d’arte, auto storiche, vini da collezione ed altri oggetti preziosi di proprietà di facoltosi clienti. L’estensione di circa mq. 22.000, unitamente al controllo di temperatura ed umidità interne, ne fanno la “cassaforte” ideale per custodire, mostrare e porre in vendita anche le opere e gli oggetti più antichi e delicati.  Per il livello di affidabilità della sicurezza offerta ai propri clienti super ricchi, Le Freeportè stato certificato “Safe Zone Platinum” dal World Free Zones Organization. Pare si siano solo tre strutture al mondo che si possono oggi fregiare di questa certificazione.

 

Rapporti  con le autorità

In passato ci sono stati detrattori che hanno dichiarato che le autorità fiscali lussemburghesi non hanno un accesso adeguato ai dati raccolti dalle imprese di logistica che operano a Le Freeport. Il Parlamento europeo, dal suo canto, interpellando  l’Ufficio delle imposte indirette del Lussemburgo (AED) ha raccolto la dichiarazione che Le Freeportè “ad alto rischio in relazione al riciclaggio di denaro”. Le Freeportrespinge invece ogni addebito, reputando di essere il deposito più controllato dell’Unione Europea. Fatto sta che gli operatori di Le Freeportdichiarano che i loro clienti amano la privacy, sono riluttanti a fornire i loro dati e –talvolta-  preferiscono fare rotta verso altri hub capaci di offrire maggiore riservatezza.

 

Le  free zones della Unione Europea

Dal punto di vista del diritto della Unione Europea, Le Freeport è classificato come “free zone”. Gli Stati membri possono designare parti del territorio doganale dell’Unione come free zone, ovvero “zone franche”. Queste devono essere comunicate alla Commissione europea e sono aree chiuse all’interno del territorio doganale dell’Unione in cui possono essere introdotte merci non comunitarie in esenzione dai dazi all’importazione, da altri oneri (cioè tasse) e da misure di politica commerciale. Le merci possono, dopo il periodo trascorso nelle zone franche, essere immesse in libera pratica (previo pagamento di dazi all’importazione e di altre tasse), oppure essere vincolate ad un altro regime speciale (ad esempio, perfezionamento attivo, ammissione temporanea o regimi di uso finale – alle condizioni previste per tali regimi) o riesportate. Le merci dell’Unione possono anche essere introdotte o immagazzinate, spostate, utilizzate, trasformate o consumate in zone franche. Queste merci possono essere successivamente esportate o introdotte in altre parti del territorio doganale dell’Unione.

 

La situazione in Italia

Ad oggi ci sono decine  e decine di free zone all’interno della Unione Europea. Alcuni stati non ne hanno nessuna (es. Austria, Gran Bretagna, Svezia) mentre atri stati ne hanno istituite più d’una (es. Spagna, Polonia, Romania).  In Italia ce ne sono tre:

–       Punto franco di Trieste;

–       Punto franco di Venezia;

–       Zona Franca doganale di Portovesme.

Spiegare praticamente il funzionamento del Porto Franco di Trieste può essere utile a fare chiarezza sulla materia. Esso attualmente comprende cinque distinti Punti Franchi, di cui tre destinati alle attività commerciali e due destinati ad attività di tipo industriale. La sua funzione internazionale è di assicurare che il porto e i mezzi di transito di Trieste possano essere utilizzati in condizioni di eguaglianza da tutto il commercio internazionale secondo le consuetudini vigenti negli altri porti franchi del mondo.

Il Porto Franco di Trieste è territorio politico dello Stato italiano e gode della massima libertà di accesso e transito e della extraterritorialità doganale. È l’unica Zona Franca situata nella UE che gode di un regime speciale, più favorevole rispetto a quello più restrittivo posto dal Codice Doganale Comunitario per le zone e depositi franchi. A questo status particolare si devono una serie di vantaggi strategici:

– diritto d’ingresso senza discriminazioni di navi e merci, qualunque sia la loro destinazione, provenienza e natura, con la possibilità di sostarvi per un tempo indeterminato, in esenzione da dazi, tasse o altre imposizioni diverse dal corrispettivo di servizi prestati, senza necessità di autorizzazione allo sbarco, imbarco, trasbordo, movimentazione e deposito e senza l’obbligo alcuno di dare una destinazione doganale alle merci medesime, potendo questa essere scelta dall’operatore in un secondo momento;

– divieto di ingerenza doganale (e quindi di controllo doganale sulle merci in entrata ed in uscita dai Punti Franchi, che si svolge solo ai varchi) nelle operazioni di sbarco ed imbarco delle merci;

– nessun limite di tempo allo stoccaggio delle merci;

– nessuna formalità doganale da espletare fino a che le merci restano nei Punti Franchi;

– nessun diritto doganale da pagare o garantire fino a che le merci sono nei Punti Franchi;

– tasse portuali ridotte rispetto agli altri porti nazionali;

– transito semplificato per mezzi commerciali in transito da/per il Porto di Trieste e destinati all’estero;

– sistema doganale semplificato (RDF) per il transito di merci su ferrovia;

– possibilità di manipolazione (es. imballaggi, reimballaggi, etichettature, campionature, eliminazione marche, ecc.) e trasformazione anche di carattere industriale delle merci senza alcun vincolo doganale;

– applicazione cosiddetto “credito doganale”, che comporta il diritto di pagamento dei relativi dazi e imposte doganali con dilazione fino a sei mesi dopo la data dello sdoganamento con un tasso di interesse annuo particolarmente favorevole;

– possibilità di effettuare miscelazioni di ogni genere allo stato estero per i prodotti soggetti ad accise;

– possibilità di modificare lo status doganale della merce (stato estero, libera pratica UE senza pagamento IVA, importata, esportata, in transito), senza necessità di spostamento fisico della merce;

– possibilità dell’operatore di usufruire, alternativamente, degli istituti previsti dalla legislazione comunitaria e/o nazionale (es. depositi fiscali, depositi IVA), se più favorevoli, con il conseguente rispetto delle condizioni previste per tali istituti;

– possibilità di estensione dei Punti Franchi;

– applicazione delle consuetudini vigenti negli altri porti franchi del mondo.