“Nel primo trimestre di
quest’anno la condizione patrimoniale del settore bancario è ulteriormente migliorata; vi ha contribuito la scelta di non distribuire dividendi, seguendo le raccomandazioni delle autorità di vigilanza. Non si sono registrate tensioni sul fronte della liquidità e i depositi al
dettaglio hanno continuato a crescere”. Queste le parole del Governatore della Banca d’Italia nella sua Relazione annuale del 29 maggio 2020 (pag. 18).
A ben vedere, il mito dell’Italia terra di risparmiatori non corrisponde più alla realtà. Già nel 2008 il tasso di risparmio era sceso all’8%. In seguito, le pesanti conseguenze della crisi del 2008 e 2009 hanno colpito duramente il Paese molto di più di altri. Questo ha ulteriormente ridotto la capacità di risparmio degli italiani: nel 2018 il tasso di risparmio era uno dei più bassi tra i paesi economicamente avanzati, il 2,5%. La media dell’area euro è il 6% mentre negli Usa e in Germania si attesta rispettivamente intorno all’8% e all’11%. Che cosa rivela questo andamento?
Premessa
Circa il 60% della popolazione italiana adulta (con almeno 20 anni) disponeva all’inizio del lockdown di €2.200 di risparmi, e indipendentemente dall’età e dalla grandezza del comune di residenza. Il 40% circa della popolazione adulta in Italia sembra non disporre neppure di questa somma di denaro: il valore medio dei risparmi per questi 20 milioni di persone più povere si attesta oggi intorno ai mille euro pro-capite. Chi detiene, allora, i depositi bancari nella nostra penisola?
Le attività finanziarie a fine 2016
La distribuzione delle attività finanziarie a fine 2016 si mostrava come segue:
– il 30% delle famiglie italiane con patrimonio netto più basso detiene solo circa il 4% della ricchezza finanziaria complessiva (in media circa 4.000 euro a famiglia);
– il 30% di quelle più abbienti ne possiede poco meno dell’80% (in media circa 72.000 euro), di cui oltre metà riconducibile ai nuclei appartenenti al 5% più ricco, che detengono in media circa 220.000 euro in attività finanziarie.
Tra il 2006 e il 2016 in Italia la ricchezza finanziaria è divenuta più concentrata: la quota di attività finanziarie posseduta dalla metà delle famiglie con ricchezza netta più bassa è scesa del 5% circa, a poco meno dell’11%; quella detenuta dal 10 per cento più abbiente è salita di quasi 5 punti, a poco meno del 53%. La maggiore concentrazione ha comportato prevalentemente la riduzione del valore complessivo dei portafogli detenuti dai quattro quinti delle famiglie meno abbienti e la crescita di quello detenuto dal 20% più ricco.
L’indice di Gini
L’indice di Gini misura la diseguaglianza nella distribuzione, tra i membri di una collettività, di un carattere o di una grandezza trasferibile (per esempio il reddito). Nel 2016 era aumentata la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi che, misurata dall’indice di Gini, è tornata in prossimità dei livelli prevalenti alla fine degli anni novanta del secolo scorso. È aumentata anche la quota di individui a rischio di povertà, definiti
come quelli che dispongono di un reddito equivalente inferiore al 60% di quello mediano. L’incidenza di questa condizione, che interessa
perlopiù le famiglie giovani, del Mezzogiorno o dei nati all’estero, è salita al 23%, un livello molto elevato.
Cosa succede fuori dall’Italia
Le più grandi superpotenze del mondo, gli Stati Uniti e la Cina, insieme vantano quasi tre quarti dei self-made giovani miliardari del
mondo, la maggior parte dei quali ha fatto fortuna in settori in crescita come l’e-commerce, i social media e l’economia condivisa. Gli
Stati Uniti hanno 20 miliardari con meno di 40 anni e la Cina ne ha 19, secondo un rapporto Hurun (Hurun Global 40 & Under Self-Made Billionaires 2020) pubblicato a marzo di quest’anno. Insieme, i due paesi costituiscono il 73,6% dei 53 giovani miliardari che esistono in tutto il mondo. Questi 53 giovani miliardari provengono da nove paesi, con una ricchezza media di 5,2 miliardi di dollari ciascuno. La loro età media è di 37 anni, e ci sono voluti in media sei anni per arrivare al loro primo miliardo di dollari. “Dato che oggi ci sono 200 paesi nel mondo, è
sorprendente che gli imprenditori di maggior successo al mondo al di sotto dei 40 anni provengano solo da nove paesi”, ha affermato Rupert Hoogewerf, a capo della ricerca contenuta nel Rapporto Hurun. L’India si colloca al terzo posto con quattro miliardari di 40 anni e meno. Australia, Singapore, Svezia ed Emirati Arabi Uniti hanno ciascuno due giovani miliardari autoprodotti, mentre Canada e Russia ne rivendicano uno ciascuno.I primi 10 della lista di quest’anno – che conta 12 individui perché c’è un pareggio a tre per il 10° posto – hanno un valore netto minimo di 4,7 miliardi di dollari.
I cofondatori di Airbnb, Nathan Blecharczyk, Brian Chesky e Joe Gebbia sono entrati nella top 10 con 4,7 miliardi di dollari ciascuno. Nella top 10, 5 sono statunitensi e 4 appartengono alla Cina.
L’e-commerce è l’industria leader per i
giovani miliardari e impegna 8 dei classificati (il 15%). I social
media, con 7, e l’economia condivisa (incluse aziende come Airbnb e
Uber) con 6, sono i prossimi due settori primari per la produzione di
giovani miliardari, secondo il rapporto.
Questi dati rivelano l’inarrestabile concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi individui, sempre più giovani.
Se da un lato gli stati riscoprono il
fascino delle politiche protezionistiche, assecondando le effimere
scalate del consenso dei leader politici e rendendo sempre più
vulnerabile la vita dei cittadini; dall’altro lato i nuovi miliardari
scalano le vette del successo, incarnando modelli imprenditoriali sovra
nazionali e sempre più pervasivi che bypassano abilmente i sistemi
civili e fiscali.
Il capitalismo, infiammato dalla
globalizzazione, ha dapprima cannibalizzato i lavoratori e adesso sta
rendendo più fragili gli stati.
